Difendiamo la filiera:
la voce delle Pmi sbarca in Europa

Slow Fiber. Con l’incontro che si è svolto alle Nazioni Unite sono stati sollevati temi cruciali: la pressione sulle piccole imprese rischia di cancellare competenze

Lettura 2 min.

A Ginevra Dario Casalini e Marco Bardelle hanno fatto centro. Ospiti delle Nazioni Unite in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, sono stati protagonisti del webinar internazionale “Slow Fiber: the ethical side of fashion beyond aesthetics”, organizzato da Unece Forest and Bioeconomy Environment and Forests Division in collaborazione con la Un Alliance for Sustainable Fashion.

«Siamo entrati alle 11 del mattino e siamo usciti nel pomeriggio alle 18» spiega Bardelle. «L’incontro è stato interessante ma soprattutto lo possiamo considerare veramente produttivo. Ci siamo confrontati a lungo con Paola Deda, direttore di Unece, e non solo con lei, e abbiamo trovato persone in sintonia perfetta con la nostra filosofia e la nostra mission. Presto ci organizzeremo per portare il manifesto di Slow Fiber oltre i confini italiani, attraverso incontri propedeutici e azioni mirate in Europa e oltre».

Il dialogo con Paola Deda, entrata a far parte della Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite nel 2008 con diversi ruoli (Capo dell’Unità per l’edilizia abitativa e la gestione del territorio, capo della Sezione forestale e del legname Unece/Fao, direttrice dell’Unità per le foreste, l’edilizia abitativa e la gestione del territorio e, dal 2026, direttrice della Divisione Ambiente e Foreste), ha allargato infatti il confronto ad altri attori importanti del panorama ambientale internazionale tra le quali Liliana Annovazzi-Jakab (Capo della Sezione Foreste e Bioeconomia dell’Unece e avvocato internazionale con esperienza di alto livello nel settore privato e nelle agenzie delle Nazioni Unite che unisce sviluppo sostenibile a un approccio olistico alla gestione forestale, al commercio,con soluzioni basate su natura e alimentazione) e Xenya Scanlon, responsabile della comunicazione alla Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (Unccd), con esperienza ventennale in sostenibilità, maturata in organizzazioni internazionali dall’Africa all’Australia.

Si apre così un nuovo capitolo per Slow Fiber che ora guarda all’Europa. L’alleanza stretta tra Casalini, Bardelle ed Elena Schneider, nata tre anni fa da un ristretto gruppo di aziende tessili - di cui una buona parte biellese - oggi è arrivata a contare 45 aderenti. Comprare di meno, ma meglio, difendere la filiera tessile e soprattutto le Pmi è la cultura che la rete vuole diffondere, perché «il capo più sostenibile che abbiamo in casa è quello che è più vecchio degli altri» spiega Bardelle citando una celebre frase di Nino Cerruti. «Come insegna la montagna: quando il sentiero diventa pericoloso, bisogna rallentare, guardare dove si mettono i piedi, controllare la mappa. Slow Fiber nasce da questa consapevolezza: tentare di velocizzare la sostenibilità significa andare nella direzione sbagliata. La velocità che ha prodotto la crisi non può essere la risposta alla crisi stessa» conclude Bardelle. «Le fotografie degli scarti tessili nei deserti africani o nelle discariche del Sud-Est asiatico non sono fotomontaggi. Sono il conto che qualcun altro sta pagando al posto nostro. Tutta la filiera (dall’abbigliamento all’arredamento) deve essere ripensata tenendo conto di questi criteri».

La preoccupazione per il gruppo di imprenditori che ha fatto suoi i valori del bello, sano, buono, pulito, e giusto applicandoli al tessile per abbigliamento e arredamento, e aggiungendo anche un sesto aggettivo, durevole, si allarga alla filiera. Slow Fiber sta lavorando infatti per costruire una rete di supporto: «Le aziende, in particolar modo quelle piccole, sempre più spesso sono costrette a fermare la produzione per gestire le richieste di audit dei brand committenti. Lo stesso cliente può mandare quattro team di verifica diversi da quattro uffici separati che chiedono le stesse informazioni in modo scoordinato. Per le Pmi, questo è devastante».

Ed esiste oggi, una nuova insidia per chi ancora resistono lungo la catena di produzione che attraverso lavorazioni diverse porta la fibra fino al capo finito: «È il fenomeno: il “greenwashing” con l’Intelligenza Artificiale. Alcuni brand stanno producendo video con l’IA per mostrare abiti “realizzati tradizionalmente” dai robot, un espediente per pulirsi la coscienza senza cambiare nulla. Dichiarare che un capo è fatto in modo automatizzato non risolve il problema etico alla base: il continuo sfruttamento di persone e territori» conclude Bardelle.

© RIPRODUZIONE RISERVATA