Nel Biellese chiuse 28 autofficine
in 10 anni
Indagine Non si tratta di una crisi passeggera, ma di una importante trasformazione strutturale
Marialuisa Pacchioni
Nel Biellese, come in tutta Italia, il numero di autoriparatori diminuisce anno dopo anno per una combinazione di fattori economici, tecnologici e sociali che stanno rivoluzionando il settore automobilistico. Non si tratta di una crisi passeggera, ma di una trasformazione strutturale che rende sempre più difficile per le tradizionali autofficine artigiane rimanere sul mercato.
Negli ultimi dieci anni nella nostra provincia sono sparite 28 attività: ne sono rimaste 284. Il nostro è tra i territori che più hanno subito questa trasformazione.
I problemi provengono da tanti fronti: affitti, bollette energetiche, smaltimento rifiuti speciali, assicurazioni, normative ambientali e sulla sicurezza sul lavoro richiedono investimenti continui. Le attività familiari, pilastro del comparto per decenni, faticano a sostenerli con margini ridotti.
Un fattore decisivo è la crescente complessità tecnologica delle auto moderne: elettronica, centraline, sensori , software diagnostici e veicoli ibridi/elettrici esigono strumenti costosi e formazione continua. L’esperienza meccanica tradizionale non basta più e molte officine non possono permettersi decine di migliaia di euro in attrezzature e corsi, optando così per la chiusura.
Altro problema: i giovani mostrano poco interesse per i mestieri manuali, preferendo percorsi universitari o lavori meno faticosi: senza eredi, le attività chiudono al pensionamento del titolare.
C’è anche il problema della concorrenza: concessionarie ufficiali e catene offrono manutenzione, garanzie e promozioni grazie a economie di scala. Il piccolo artigiano indipendente fa fatica a competere sui prezzi.
Per invertire questa tendenza, secondo la Cgia che ha effettuato l’indagine, servono incentivi alla formazione tecnica, sostegni agli investimenti e valorizzazione del mestiere artigiano.
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